«Dai Jane, perché non puoi uscire? È il tuo ventesimo compleanno.»
Un essere spregevole, incauto e altamente stupido era appeso alla mia finestra. Killian Kurl: capelli rossi, occhi verde muschio e il sorrisetto sghembo da Rosso Malpelo. Il mio migliore amico da una vita. È il classico tipo "palla al piede" che non riesci a scrollarti di dosso neanche se lo lanci oltreoceano.
«C'è la luna rossa, Killian. Non posso uscire» sbuffai, lanciandomi sul letto.
Mia madre mi aveva proibito di mettere piede fuori casa. Poco importava che fosse il mio compleanno: per la mia famiglia contavano solo le tradizioni. Da generazioni si tramandava questa storia per cui, a ogni luna di sangue, nessun membro degli Asworth — o chiunque ne portasse il nome — potesse uscire. Il motivo? Perché così aveva deciso un nostro antenato, probabilmente ubriaco, visto che nella nostra famiglia ogni scusa era buona per bere.
«Neanche per un frullato da Poppy's? Una scorta di quaranta frullati gratis per tre mesi? E una torta di compleanno al Paradise?» Killian mi allungò una mano, che afferrai al volo.
«Andata. Mi hai convinto già al primo frullato.» Sistemai alla meno peggio i cuscini sul letto e saltai giù dalla finestra. Killian mi strinse in un abbraccio e fui subito avvolta dal suo profumo di fragola. «Se mi rapiscono, mio padre ti farà fuori.»
Dopo un frullato ipercalorico e una piccola festa a sorpresa, il mio amico mi trascinò al Paradise, un locale dall'atmosfera antica e moderna allo stesso tempo. Aspettammo in fila e non potai fare a meno di notare la differenza tra il nostro abbigliamento e quello degli altri: un semplice vestito nero non poteva di certo competere con abiti che sembravano palle da discoteca. Forse avremmo dovuto fare dietrofront.
«Hey K, forse è meglio se torniamo a casa mia. Ho una brutta sensazione.»
Killian scosse la testa e, facendomi passare un braccio attorno alle spalle, ci trascinò verso l'ingresso. Ad attenderci c'era il buttafuori: un trentenne alto, capelli scuri, tratti asiatici, vestito con un completo total black e guanti di pelle nera.
«Ciao fratello, ho prenotato un tavolo a nom—»
«Non potete entrare. Tornate a casa, state bloccando la fila» lo interruppe il buttafuori senza neanche alzare lo sguardo dal suo tablet.
Killian insistette, dicendo che aveva già pagato trecento dollari per una bottiglia di spumante e due posti, ma il tizio continuò a ignorarlo. Il mio amico era sull'orlo di un esaurimento nervoso. Ah, al diavolo le buone maniere.
«Hey, Gorilla! Spiegami perché non possiamo entrare.»
Finalmente il "gorilla" alzò gli occhi e mi fissò. Io ricambiai lo sguardo, confusa, ma lui continuava a non rispondere.
«Ti ho fatto una domanda. Abbiamo prenotato, spiegami perché non possiamo entrare.»
Il ragazzo inspirò a fondo e continuò a fissarmi con gli occhi spalancati. Perché stasera trattenevano tutti il respiro?
«È una serata privata, signorina. Lui non è il benvenuto, lei sì.» Il gorilla con un cenno della testa mi invitò a passare.
Oh, ma guarda tu questo. Appena vedono un paio di tette vanno in apnea.
«Senza il mio ragazzo non vado da nessuna parte.» Presi la mano di Killian ed entrai. Lui mi guardò mortificato, ma lo abbracciai per rassicurarlo. «Preferivo un buono da trecento dollari da Poppy's, ma grazie lo stesso. Mi sento figa in un posto del genere.»
Il mio migliore amico ricambiò l'abbraccio. «Beh, grazie a te che hai sfoggiato Joanne e Jocelyn, siamo riusciti a entrare.»
Scoppiai a ridere per come aveva battezzato il mio décolleté. Scossi la testa e ci avvicinammo al bar: prendemmo la nostra bottiglia di spumante e ci buttammo in mezzo alla pista, tra risate e brindisi. Molti ragazzi mi cantavano "Buon Compleanno" ogni volta che alzavo il bicchiere a ritmo di musica.
Ballammo per qualche ora. Ogni tanto mi fermavo in mezzo a quel caos a osservare la gente che rideva e scherzava: ragazzi della mia età che si divertivano, si baciavano come se ne dipendesse la loro vita e bevevano con urgenza, forse per dimenticare qualcosa, scatenandosi sulla pista come per spaccare il mondo.
All'improvviso, un odore di vaniglia e muschio si insinuò nelle mie narici. Come una drogata, iniziai a seguirne la scia: a tratti era sfumata, a tratti intensa. Killian mi guardava stranito e, quando gli spiegai perché mi stavo comportando come un cane da tartufo, scoppiò a ridere, ricordandomi che in quel locale c'erano centinaia di persone con lo stesso profumo.
Ma come potevo spiegargli che quello non era un semplice profumo? Era l'essenza stessa di una persona. Ognuno ne aveva una: Killian profumava di fragola e frutti di bosco; sua sorella Marianne di girasoli e miele; mia madre di caldo estivo e pioggia; mio padre di tuoni e lampi. Non associavo gli odori solo al cibo o ai fiori, ma a tutto ciò che mi circondava.
Alzai lo sguardo e incrociai, su una balconata alla Romeo e Giulietta, un paio di occhi rossi. Okay, forse erano solo i riflessi delle luci a LED, ma erano così intensi che mi fu impossibile distogliere lo sguardo. Quel ragazzo profumava di vaniglia e muschio, con una sfumatura di rabbia e passione.
Killian mi richiamò, attirando di nuovo la mia attenzione. Mi augurò buon compleanno e mi guidò verso un tavolo dove ad attendermi c'era una torta.
«Okay, scusate l'interruzione! La prossima canzone è dedicata a una ragazza che tra dieci secondi compie gli anni. Buon compleanno, Jane Asworth! Che la fortuna sia con te!» urlò il DJ indicandomi.
Diventai rossa come un peperone, alzai la mano e sorrisi imbarazzata, gridando un grazie. Soffiai sulle candeline e la musica ripartì, accompagnata dagli auguri di perfetti sconosciuti. Ci sedemmo comodamente e divisi la torta con il mio migliore amico.
«Grazie... e ti odio per questa figura di merda, ma ti voglio bene lo stesso» mormorai. Killian rise e finimmo il dolce con calma.
Poco dopo, davanti al nostro tavolo si fermò una figura alta e affascinante: occhi azzurro ghiaccio, capelli neri come la notte, mascella pronunciata, labbra sottili e un'aura di pura passione e fuoco. Era il ragazzo di prima. Intorno a sé aveva tre uomini vestiti di nero, presunsi delle guardie del corpo.
«Jane Asworth?» domandò. Non doveva avere più di venticinque anni.
«Chi lo chiede? Di certo non Damon Salvatore» risposi con un sorriso provocatorio, continuando a mangiare la mia torta.
Killian sbuffò, prendendomi in giro: «Ancora con questa storia, Jane? Non sa nemmeno che esisti!»
«Beh, se permetti, tesoro, chiunque si farebbe trasformare da uno come Damon Salvatore. Io lo pregherei in ginocchio seduta stante!» ribattei portandomi una mano al petto.
Un colpo di tosse ci distrasse e la mia attenzione tornò sul bell'uomo — aka il sosia di Damon. Di certo, essere morsa o stare in ginocchio davanti a lui non mi sembrava affatto una cattiva idea.
«Mi presento: sono Michael Torrance, il proprietario del Paradise. Ti faccio i miei più sinceri auguri di compleanno, Jane.»
Io e Killian rischiammo di soffocare mentre i nostri cervelli recepivano l'informazione.
«Oh... beh, grazie! Ma perché il proprietario del locale è al mio tavolo?» Mi rimisi seduta composta, cercando di non fissarlo negli occhi e concentrandomi sulla sua camicia. Okay, no, pessima idea: le maniche arrotolate fino agli avambracci gli evidenziavano ancora di più i muscoli. Tornai a guardarlo in viso e notai un sorriso seducente. Merda, mi ha beccata.
«Sarebbe il mio tavolo, comunque. E poi Billy, il buttafuori all'ingresso, mi ha avvisato del vostro problema con la prenotazione. Sono contento che Joshua, il barista, abbia risolto. Volevo solo assicurarmi che fosse tutto a posto.»
«Oh, beh, sì! Tutto perfetto, grazie. E grazie per gli auguri, ma credo che per noi sia giunto il momento di andare. Killian, accompagnami.» Scattai in piedi e, con un sorriso tirato, filammo via dal Paradise.
Tornai a casa e, per mia fortuna, nessuno si era accorto della mia assenza.
«Dove sei stata ieri sera, Jane Lilith Asworth?»
Mia sorella maggiore spalancò la porta della mia camera, bloccandomi sul nascere. Holinda Janette Asworth: bionda, occhi azzurri, la tipica bambola di porcellana. Stalker numero uno, amante della danza, della tecnologia e dell'arte. Il suo viso angelico ingannava fin troppo facilmente, ma di certo lei non faceva nulla per nascondere la sua natura acida. Era una sorella maggiore puntigliosa — insulti e critiche erano all'ordine del giorno — ma sotto sotto mi tollerava (almeno credo).
La guardai, cercando di decifrare il suo livello di incazzatura.
Sopracciglia aggrottate? Sì.
Mani sui fianchi? Sì.
Tic all'occhio? Sì.
Oh merda, è altissimo.
«Qui, a dormire» mormorai con un sorriso dolce.
Lei mi fulminò con lo sguardo e mi mostrò il cellulare. «Allora questa è una tua sosia, giusto? La tua sosia che ieri notte era al Paradise a festeggiare il suo compleanno?»
Annuii freneticamente, ma poi scossi la testa: era impossibile mentire alla stalker numero uno. «Per favore, Holly, non dirlo a mamma altrimenti mi uccide» borbottai mentre preparavo la borsa e afferravo al volo un paio di orecchini.
Lei scosse la testa osservandomi. «Io non dico niente, ma tu mi devi raccontare ogni singola cosa.»
Alzai le spalle e le riassunsi la serata, omettendo ovviamente l'incontro con il proprietario del locale.
«Tu conosci un certo Michael Torrance? Da quello che ho capito è il proprietario del...»
«Michael Torrance, ventitré anni. Segno zodiacale Acquario, quindi una persona decisa e determinata. Frequenta la tua stessa università e abita a qualche isolato da qui. I suoi genitori sono morti in un incendio quando aveva due anni e ora vive con lo zio paterno, Gabriel Torrance, e i cugini Rafael e Misha, gemelli di vent'anni. Lui è un tipo tranquillo, lei è caotica ma divertente; sono del Sagittario, quindi espansivi e amichevoli. Il Paradise Club è dello zio Gabriel, ma di recente l'ha passato al nipote come eredità dei genitori. Non ha storie serie alle spalle, solo una storiella di poco conto con Ashley Maria Casanova — sì, la stronza della tua università. Il suo gruppo di amicizie comprende Paul Hosley, Dylan McCarter e Davina Clare. Lo zio di Michael ha aperto da poco la sua terza azienda a Los Angeles. Vuoi un file anche su loro tre? Lo zio lo scartiamo perché è sulla quarantina e non ha precedenti penali, quindi è a posto.»
Fissai mia sorella, spaesata e vagamente terrorizzata. Da dove tirava fuori tutte quelle informazioni? Forse era davvero una stalker professionalizzata.
«Ho paura di chiederti come fai a sapere tutte queste cose» mormorai sbalordita.
Lei sorrise, fiera delle sue capacità, ed uscì dalla camera. «Non chiedere, se hai paura.»
Scesi in cucina e, mentre salutavo i miei genitori sgranocchiando qualcosa, ripensai a quel ragazzo. Okay: ventitré anni, frequenta la mia università e... il mio cervello doveva ancora processare tutta quella mole di dati.
«Buon compleanno, tesoro. Finalmente stai diventando responsabile» disse mia madre dandomi un rapido abbraccio, che ricambiai con un sorriso. Mio padre, d'altro canto, mi diede una pacca sulla spalla borbottando dei vaghi auguri, prima di tornare a imprecare contro una macchia di caffè sulla sua camicia.
Io e mio padre non avevamo mai avuto un gran rapporto: eravamo troppo simili e finivamo sempre per litigare. Avevo solo otto anni quando presi la mia prima vera sgridata da lui: gli avevo versato il caffè nel lavandino perché era una settimana che non mi dava attenzioni e sembrava che per lui non esistessi. Mi aveva fatto davvero male. Ancora oggi, quando a tavola si aprono dibattiti su vari argomenti, ci scontriamo come cani e gatti pur di aver ragione.
Mia madre, invece, pretendeva la perfezione: responsabilità, correttezza, eleganza e una dieta sana. Era il tipo di donna da "le mie figlie sono i miei trofei, guardate come sono perfette". Era stata una ballerina promettente e avrebbe dovuto partecipare a un'opera a New York, ma quando scoprì di essere incinta di Holly — con una gravidanza a rischio — dovette smettere subito. Comunque tranquilli, si era rifatta ampiamente su mia sorella: la sua degna erede.
«Okay, grazie per gli auguri! Killian mi aspetta fuori, ci vediamo!» disse senza rivolgermi a nessuno in particolare, dato che mi stavano già ignorando. Di nuovo.
Uscii di casa e presi un profondo respiro. Ci sei abituata, va tutto bene.
Durante il tragitto verso l'università, Killian mi regalò una rosa e un cupcake al cioccolato e vaniglia, facendomi venire quasi i lacrimoni agli occhi. Quando arrivai davanti al mio armadietto, rimasi sorpresa nel trovarlo circondato da una ventina di palloncini. Un senso di disagio mi assalì: nessuno mi aveva mai fatto una sorpresa del genere.
Aprii l'armadietto lentamente, sotto lo sguardo attento di una quindicina di studenti fermi in corridoio, e mi portai le mani alla bocca, sul punto di piangere. All'interno c'era una scatolina aperta con due orecchini bellissimi, probabilmente in argento, con un punto luce che brillava come la luna. Erano stupendi.
Guardai Killian, sorpreso quanto me.
«Mettiamo le mani avanti: non sono stato io e neanche tua sorella, te la immagini? Lei che ti fa un regalo? Impossibile. E i tuoi genitori a malapena si ricordano che oggi è il tuo compleanno. Quindi... chi è stato?»
Killian prese la scatolina e da sotto scivolò un biglietto. Lo raccolse e ne lesse il contenuto: «Profumi di pioggia e di casa... Di sole e passione. Sei il mio profumo preferito.»
Ricevere una dedica del genere non era cosa da tutti i giorni. Scoppiai a ridere appoggiandomi all'armadietto. «Oh mio Dio, è la cosa più dolce e significativa che io abbia mai letto» mormorai.
Killian rilesse la dedica e scosse la testa. «Non so chi sia ma, tesoro, non mi piace che tu abbia un ammiratore segreto. Che si facesse avanti! Se prova solo a sfiorarti... nessuno mi impedirà di mollargli un pugno dritto sul naso.» Infilò il regalo e il biglietto nell'armadietto e mi girò verso la nostra aula. «Meglio andare, ho sentito che i professori hanno un annuncio da fare.»
Il professor Bleu era un uomo altamente irritabile, permaloso e vendicativo. Aveva perennemente un palo ficcato su per il culo.
«Stronzo di merda» borbottai uscendo dall'aula.
Killian mi seguì verso l'ufficio del rettore scuotendo la testa. Bussai con insistenza e ad aprirci fu Stacey, la dolce segretaria del signor William. Aveva quarant'anni, era single — o almeno facevamo tutti finta di non sapere della sua relazione con il rettore — e si comportava come una madre con tutti noi.
«Il professor Bleu Gordon è uno zotico, maleducato e maschilista!» esclamai sedendomi a una sedia. Killian sorrise a Stacey mentre lei andava a prenderci due bicchieri d'acqua.
«Il signor William al momento è occupato. Puoi spiegare a me cos'è successo o preferisci parlare direttamente con lui?» mi chiese Stacey con tono dolce, accarezzandomi le mani.
Iniziai a sfogarmi: «Stava spiegando la lezione, ma diceva cose senza senso. L'ho corretto e lui ha fatto spostare tutte le ragazze in fondo all'aula, urlando chi cazzo ci avesse dato il diritto di studiare! Ovviamente gli ho risposto che avevamo gli stessi identici diritti e le stesse opportunità dei maschi, e lui mi ha cacciata. Gli brucerò quel catorcio di macchina che si ritrova!»
«Jane! Non dire neanche per scherzo certe cose» mi rimproverò Stacey, anche se un sospiro tradì il fatto che avrebbe voluto farlo anche lei.
Scoppiai a ridere, ma mi bloccai vedendo il rettore uscire dal suo ufficio insieme a un ragazzo.
«Signore, mi dispiace disturbarla, ma ho un reclamo da fare» dissi alzandomi di scatto, spaventando Stacey. Mi scusai con un sorriso imbarazzato. Ero stata troppo precipitosa?
«Oh, Jane Asworth. Sì, ho sentito... i muri sono sottili. Tranquilla, non sei sospesa e ho già in mente di convocare il consiglio. Grazie.» Le rughe del signor William si distesero in un accenno di sorriso mentre si spostava per far passare il ragazzo alle sue spalle.
«Jane Asworth, non sapevo che frequentassi la Harmony University.» Una voce roca e giocosa mi fece alzare lo sguardo.
Michael Torrance.
«Scusami, ci conosciamo?» borbottai con un'espressione fintamente scocciata.
Lui sorrise e scosse la testa. «No. Piacere, Michael Torrance, proprietario del Paradise.» Mi allungò la mano; la guardai di sfuggita per poi tornare ai suoi occhi.
«Jane Asworth, proprietaria di un'azienda multinazionale.»
Michael parve sorpreso, così come tutti i presenti nell'ufficio. «Oh, interessante. Di cosa si occupa la tua azienda?»
«Di figure di merda. Ma parlando di cose serie: signor William, mi aspetto che il professor Bleu riceva un'adeguata punizione» borbottai prendendo Killian a braccetto.
Il rettore ci salutò con un sorriso, mentre Stacey scuoteva la testa per l'imbarazzante battuta appena fatta. Michael Torrance ci seguiva a poca distanza, quindi evitai di riaprire bocca per scongiurare altri disastri.
«Allora, stasera che fai? Appuntamento in camera tua con una bottiglia di Bourbon e Damon Salvatore, o film a casa mia?» Killian stava scorrendo il telefono alla ricerca di un titolo, ma lo bloccai subito.
«Scusami, ma stasera ho un appuntamento con Damon e Klaus. Vieni da me?»
Killian alzò gli occhi al cielo e annuì. All'improvviso una ragazza si avvicinò quasi correndo e ci superò con un sorriso; poi però si bloccò e si voltò a fissarmi con curiosità. «Ciao!»
Confusa, mi guardai intorno: eravamo solo noi due, la ragazza e Michael. «Stai parlando con me?» domandai incerta.
«Sì! Tu sei Jane Asworth, giusto? Ho sentito parlare molto di te. Sono Davina Clare, della facoltà di Scienze Umane.»
Davina Clare. In università non si parlava d'altro che di lei — o almeno ne parlavano i suoi "fedeli servitori". Aveva un sacco di fan, era la presidente del consiglio studentesco e del giornale scolastico, e l'anno precedente aveva vinto il titolo di Reginetta d'Inverno. Con i suoi lunghi capelli rossi e gli occhi verdi era al primo posto nella classifica della "ragazza ideale": faceva volontariato all'orfanotrofio ed era una studentessa modello. Rispetto a tutti gli altri era piuttosto bassa, forse un metro e sessanta. Profumava di vendetta e gigli.
«Mhm... mi sembra strano che tu abbia sentito parlare di me, ho pochissimi amici da queste parti» borbottai ironica. A parte Killian, non frequentavo nessuno.
Lei rise e guardò il suo amico con un'euforia trattenuta; lui borbottò qualcosa distogliendo lo sguardo.
«Hai risolto quella cosa, Michi?» Davina sorrise e gli sistemò il colletto della giacca. Michael annuì, lanciandoci un'occhiata curiosa.
Stavamo per battere in ritirata quando Davina ci bloccò. «Jane, ti va di venire a pranzo con noi?» Mi prese a braccetto e un senso di disagio mi assalì. Guardai il mio amico, rimasto immobilizzato, che annuì freneticamente dandomi una spinta impercettibile.
«Non credo sia il momento adatto, Dav» intervenne Michael cercando di tirare via l'amica, ma lei resistette e mi sorrise.
«Oh, io credo invece che sia un ottimo momento!»
Arrivammo in mensa e Davina mi trascinò verso un tavolo dove si trovavano altri ragazzi ben noti nel campus. Appena ci avvicinammo, i mormorii si spensero e tutti ci fissarono con curiosità.
«Vi presento mio cugino Rafael Torrance e i miei amici Paul Hosley e Dylan McCarter...»
Rafael Torrance: vent'anni, capelli biondi e occhi chiari come il cielo, il sorriso da perfetto principe azzurro. Più basso rispetto a Michael, si portava comunque bene, anche se il viso giovanile lo faceva sembrare un quindicenne. Profumava di nostalgia e mare.
Paul Hosley: venticinque anni, capelli e occhi scuri, lineamenti marcati, alto sicuramente un metro e novanta. Indossava abiti alla moda ma casual: jeans, maglietta bianca, Jordan ai piedi e una sigaretta spenta che gli pendeva tra le labbra carnose. Profumava di caos e rabbia.
Dylan McCarter: venticinque anni anche lui, giocatore di football. Aveva la stazza tipica dell'atleta: spalle larghe e bicipiti scolpiti. Moro, con un sorriso facile. Profumava di caos e rancore.
«E io sono Misha Torrance, la cugina preferita di Michael. Scusate il ritardo, ho fatto uno spuntino prima di venire qui!»
Una ragazza che sembrava una bambola di porcellana si avvicinò di gran carriera e ci salutò con un abbraccio. Non ero il tipo da accettare abbracci dagli estranei, quindi esitai un attimo prima di scostarla con garbo.
«Tu devi essere la famosa Jane Asworth, colei che ha catturato l'interesse di Michi. Sai, cugino, mi aspettavo un altro tipo di ragazza... di certo non una come lei» Misha mi sorrise in modo strano, facendo vagare lo sguardo su tutto il mio corpo.
Con molta calma mi spostai i capelli dietro le spalle e sfoggiai un sorriso della serie "Evita di fare la stronza, ti batto a mani basse".
«Perdonami, ho già dimenticato il tuo nome. Tendo a scordare le persone che non mi interessano.»
Misha profumava di acidità e vendetta infantile.
«Misha!» la richiamò Michael con tono brusco. Lo guardai accigliata; lui strinse leggermente gli occhi e si voltò verso il tavolo.
I ragazzi alzarono una mano in segno di saluto, senza staccarci gli occhi di dosso. Davina mi indicò la sedia accanto alla sua, ma scossi la testa e bloccai Killian prima che potesse sedersi.
«Posso sapere perché ci avete invitato, visto che i tuoi cagnolini non ci sopportano?» domandai con schiettezza e un tono intriso di sarcasmo.
Davina sgranò gli occhi e si agitò sulla sedia. «Non mi aspettavo un atteggiamento del genere da te. Mi sembri una brava ragazza, volevo solo fare la tua conoscenza ed esserti amica.»
La guardai scocciata, aspettando il vero motivo di tutta quella sceneggiata.
«Non puoi semplicemente sederti e stare zitta?» sbotta Michael. «Sii grata che Davina ti abbia invitato, altrimenti mangeresti ancora in cortile con il tuo animale domestico.»
Fissai Michael con sconcerto. Aveva davvero chiamato il mio migliore amico "animale domestico"?
«Senti, stronzetto da quattro soldi: chiama ancora una volta il mio amico 'animale domestico' e ti sbatto quella bella faccia direttamente contro il tavolo. Ora voglio il vero motivo.» Mi rivolsi di nuovo a Davina, che cercò lo sguardo dei ragazzi. Loro continuarono a mangiare tranquillamente, senza smettere di fissarmi.
«La ragazza mi piace» ridacchiò Paul come se avessi fatto una battuta, facendomi un occhiolino.
«Beh, a me non me ne frega un cazzo. Quindi... spero di non vedervi in giro. Non abbiamo nulla da dirci.»
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