Capitolo 2: incubi e realtà.
Split - Tra umanità e oscurità · Piccolakiller
Capitolo 2: incubi e realtà.
Pubblicato il 19 settembre 2026
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​«Non importa quanta forza metti nelle gambe: è la paura che ti porta davvero dall'altra parte.»

​Capitolo 2

​La sabbia scivolava tra le mie dita mentre sospiravo, guardando il sole tramontare.

​«Non dovresti vagare nella tua mente così, piccola Asworth.» Una figura scura mi si affiancò e un brivido di paura mi attraversò.

​«Non mi chiamo piccola Asworth. Il mio‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ nome è Jane» mormorai continuando a giocare con la sabbia. Indossavo un vestito bianco, ero a piedi nudi e fissavo il mare agitato da non so quanto tempo.

​«Hai tanti dubbi e molte paure dentro di te.» La figura si distese accanto a me mentre i deboli raggi del tramonto lo colpivano e la sua essenza, fatta di pura ombra,‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ li inghiottiva.

​Lo guardai confusa.

​«Il mare è agitato, tu sei agitata. Perché?»

​Tornai a fissare le onde, sempre più impetuose. Avevo davvero troppi dubbi. Perché i miei erano così ossessionati dalle tradizioni? Perché durante la luna rossa non potevamo uscire? Perché mi sentivo diversa? E perché avevo così tanta paura di parlarne con i miei genitori?

​«La tua mente‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ è un caos, piccola Asworth.» La figura nera sorrise e mi porse la mano.

​«È un sogno? Tu chi sei?» domandai indietreggiando sulla sabbia. Se era il mio sogno, perché quell'essere si trovava lì?

​Il ragazzo ridacchiò, probabilmente per le mie domande stupide. «No, piccola Asworth, le tue domande non sono stupide. Sei curiosa, ami il sapere e la conoscenza.‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ Non sei ancora pronta per scoprire chi sono, ma non ti farò mai del male... a meno che non sia tu a chiedermelo.»

​Sbuffai alzandomi in piedi e scossi via gli ultimi granelli di sabbia dal vestito. «Dove si va?»

​Presi la sua mano e un'ondata di calore mi investì in pieno.

​«Ecco la mia ragazza. Passeggiamo qui, nella tua‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ mente; hai bisogno di calmarti.» Mi offrì il braccio e io, sbuffando, lo accettai.

​«Non sono la tua ragazza, né tantomeno 'piccola Asworth'. Sono Jane.»

​«So bene chi sei, piccola Asworth. Calma la tua rabbia.» La sua mano mi accarezzò dolcemente i capelli, poi mi strinse di più a sé. «Respira.»

​Passeggiammo per qualche minuto in assoluto silenzio, finché non‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ sentii un tocco gentile. Il ragazzo passò il pollice distrattamente sul dorso della mia mano e un vago rossore prese il sopravvento sulle mie guance.

​«Tu conosci la mia famiglia?» domandai con il tono di una bambina curiosa.

​Lui ridacchiò mentre camminavamo ancora un po'. «La conosco da tempo, piccola Asworth. Ho conosciuto persino tua nonna, una grande donna. Il‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ suo piatto forte era uno stufato con erbe aromatiche... qualche volta chiedi a tuo padre di cucinartelo, sa esattamente come farlo.»

​«Non voglio parlare di ricette o di cibo. Voglio sapere se conosci le tradizioni, le nostre tradizioni.»

​Sentii il suo sguardo addosso. Improvvisamente una profonda confusione e una rabbia pesante emanarono da lui, tanto da togliermi il fiato.

​«Scusa,‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ piccola Asworth.» Il ragazzo mi prese il viso tra le mani e per un brevissimo istante scorsi due occhi azzurri, prima che la figura nera riprendesse completamente il sopravvento. «Sei una Asworth... i tuoi genitori custodiscono tanti segreti, piccola Asworth. Tuo padre ti nasconde un segreto importante, un patto stretto per salvare la famiglia. Ti tengono nascosta. Da me... e‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ per me.»

​Cosa?

​Mi svegliai grondante di sudore, con l'affanno e un bruciore intenso nei polmoni. Per quanto tempo avevo trattenuto il respiro?

​Strinsi le lenzuola tra le mani, ripensando a quell'incubo. Chi era quell'ombra? Chi era quel ragazzo?

​Mi alzai di scatto e controllai l'orario sul telefono: 03:33.

L'ora delle streghe. Che stronzata.

​Arrivai all'università e, sfoggiando un sorriso‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ decisamente finto per far fronte alla giornata, salutai Kinan. Lui mi mostrò subito lo schermo del cellulare.

​«Il tetto ovest della scuola è danneggiato. I 'signori-vip-di-'sto-cazzo' useranno le nostre aule e seguiranno i corsi con noi. L'università ha abbastanza fondi da ricostruirlo in un giorno, perché cazzo non hanno ancora avviato i lavori?» borbottò stizzito.

​I ragazzi del lato ovest‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ erano i soliti figli di papà, ricchi e potenti. Ci eravamo scontrati più volte in litigi superficiali, ma niente di veramente grave.

​«Oh, la stramba e mister carota! Non avete ancora mollato?» Ashley Marie Casanova — aka la stronza figlia di papà per eccellenza — si fermò di fianco a noi insieme alle sue comparse, mentre si specchiava e si‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ sistemava il rossetto.

​«Ashley, sono le otto di mattina, non ho ancora bevuto il mio caffè e non è nemmeno il weekend. Per favore, stai zitta e togliti dai piedi» borbottai aprendo il mio armadietto.

​Due secondi dopo cacciai un urlo.

​Una pioggia di ragni finti schizzò fuori dal mio armadietto, cadendomi dritta sui piedi. Sentii delle risate sguaiate alle‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ mie spalle, ma ero troppo occupata a non svenire mentre Kinan mi sorreggeva.

​«Hai ancora paura, JayJay? Tranquilla, non ti faranno niente, sono finti! Ti auguro una splendida giornata» sghignazzò Ashley allontanandosi.

​Diedi una veloce occhiata al corridoio: mi stavano fissando tutti. Bianca come un lenzuolo, afferrai il libro e sbattei l'armadietto.

​«Ho bisogno di un caffè» mormorai prendendo per‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ braccio il mio amico, per poi dirigermi in caffetteria.

​«Stai bene?» mi domandò una ragazza. Mora, bassa, magrissima; la sua pelle sembrava di porcellana, limpida e intatta.

​Stavo fissando lo specchio del bagno da un po' e ogni secondo che passava notavo dettagli inquietanti: la mia pelle bianchissima evidenziava le vene bluastre, i capelli neri erano increspati a furia di‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ passarci le mani dentro e i miei occhi grigi come la tempesta apparivano spenti, smorzati dalla paura.

​«Sì, sto bene» mormorai con il fiato corto, prima di scappare via dal bagno.

​Kinan mi passò lo zaino e, facendo finta di nulla per cercare di distrarmi, andammo insieme in aula. Ci sedemmo nei banchi in fondo e ne approfittai per riposare‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ un po' gli occhi.

​«Da quanto tempo hai problemi con Ashley?» Una voce femminile mi fece alzare la testa: Davina Clare, in tutto il suo splendore, si trovava proprio lì nella nostra aula.

​Lanciò un'occhiataccia ai ragazzi che stavano blaterando stronzate a qualche metro da noi, si sedette davanti a me e mi sorrise, porgendomi un caffè. «Ashley Casanova studia‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ dal nostro lato, giusto?»

​«È la figlia del presidente della Cleo Enterprise. Ti pare che possa studiare dalla parte dei 'normali esseri umani/plebei senza soldi'?» rispose Kinan. Aveva un odio viscerale verso Ashley, e da qualche anno a quella parte ogni scusa era buona per tirare in ballo il loro status sociale.

​Lo guardai di sbieco, poi alzai le spalle.‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ «Studia dal vostro lato, ma viene a fare la stronza dal nostro.»

​Davina ridacchiò e si sistemò i capelli, rivolgendo un'occhiata alla porta. «Bene, ora devo andare. Ci vediamo a pranzo!»

​Qualche istante dopo arrivò Paul. Dopo un cenno con la testa a modo di saluto, si sedette alla mia sinistra.

​«Cosa ci fai qui?» domandai confusa.

​Paul indossava una‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ maglietta bianca, jeans, felpa nera legata in vita e un paio di occhiali da sole scuri al collo. Sorrise sfrontato mentre appoggiava il braccio sul banco. «Svegliami quando la lezione sarà finita, piccola.» Sbadigliò e nel giro di qualche secondo crollò addormentato.

​Guardai il mio migliore amico, disorientata quanto lui, e Kinan si limitò ad alzare le spalle.

​«Hey, pitbull,‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ sei vivo?» Kinan provò a svegliare Paul, ma invano. Mi guardò incrociando le braccia al petto e sbuffò, dandogli un paio di strattoni. «Che cazzo... ti vuoi svegliare, imbecille?»

​Paul continuò a dormire ignorandolo del tutto, al che risi di pancia mentre iniziavo a uscire dall'aula con gli altri studenti.

​«Paul, svegliati prima che ti lasciamo qui!» dissi a voce‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ abbastanza alta scendendo i gradini.

​Dopo qualche secondo sentii la sedia strisciare e un rumoroso sbadiglio.

​«Grazie, piccola. Il tuo professore è una noia a livelli infiniti» disse Paul, appoggiandomi un braccio sulle spalle. Con la coda dell'occhio notai i suoi tatuaggi, tutti realizzati con inchiostro nero; mi chiesi se gli avessero fatto male.

​«Mollami, bestione. La ditta d'appoggio è‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ fallita tempo fa» sbottai scivolando via dal suo abbraccio.

​Paul scoppiò a ridere e alzò le mani. «Va bene, piccola Asworth. Adesso che corso hai?»

​Lo ignorai mentre ci facevamo largo in mezzo a un gruppo di ragazzi. All'improvviso il mio telefono squillò.

​«Pronto?»

​«Sono Klinton. Ho preso il tuo numero dai bagni maschili. Quanto ti prendi per un pompino?»‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠

​Guardai lo schermo confusa e scoppiai a ridere. «Klinton, sono Jane Asworth. Credo proprio che tu abbia sbagliato numero.»

​«So benissimo chi sei, e sinceramente non vedevo l'ora. Ho sempre saputo quanto fossi una porca a letto.»

​Basita, riattaccai immediatamente. Paul si era irrigidito accanto a me: aveva sicuramente sentito la telefonata.

​«Probabilmente è uno scherzo» mormorai rabbrividendo. "Non vedevo‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ l'ora." Quella frase mi scatenò dei brividi gelidi di pura ansia.

​Klinton Kinsley era famoso per il suo ruolo di quarterback e per essere perennemente a caccia di sesso. Biondo, occhi marroni e smorti, fisico fin troppo pompato, andava in giro sempre in tuta con la giacca dell'università. Dava sui nervi: anche se all'inizio poteva sembrare simpatico, aveva la brutta‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ abitudine di prendersi troppe confidenze e superare limiti ben delineati.

​Presi alcuni libri dall'armadietto e con la coda dell'occhio notai Paul agitarsi alla ricerca di una sigaretta.

​«Perché sei agitato?» domandai dandogli la sua fonte di nicotina.

​Lui mi fissò come se gli avessi confessato di uccidere cagnolini innocenti. «Tu fumi?»

​«Solo quando sono stressata, mi aiuta a calmare i‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ nervi.» Alzai le spalle e ne sfilai una anch'io mettendomela tra le labbra, poi gli feci cenno di andare fuori. Lui sghignazzò, mettendo in risalto le fossette.

​Mi arrivò un messaggio da Kinan: "Emergenza bagno, troppo latte e cereali stamattina." Scoppiai a ridere e gli mandai uno sticker.

​«Non sono agitato. Sono impaziente» mormorò Paul accigliandosi.

​«Per cosa? Ah no,‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ non dirmelo. Non sono tua amica e non intendo esserlo.»

​Uscimmo all'aperto e una brezza leggera mi colpì il viso. Amo l'autunno.

​«C'è una persona che deve sapere tante cose, ma è piccola. È debole, non capirebbe e sicuramente si chiuderebbe in casa munendosi di acqua santa e bibbia.»

​Scoppiai a ridere e Paul mi seguì con leggerezza.

​«La conosco‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ da poco ma sento il bisogno di proteggerla, e non sono il solo. È come un piccolo cerbiatto circondato da tanti lupi, che però l'hanno accettata nel branco. Mi capisci?» Sembrava impaziente e faceva fatica a spiegarsi senza rivelare troppo.

​Lo guardai stranita, ma i suoi occhi mi colpirono dritto al cuore: sembrava un orso che cercava di far capire‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ a un cacciatore di non essere cattivo.

​Anchecked e cercai di spiegarmi al meglio, senza sembrare una stupida. «Okay... quindi volete proteggere l'unico raggio di luce in mezzo a una stanza buia. Ci sta. Quindi non essere impaziente o agitato» mormorai aspirando dalla sigaretta.

​Paul mi guardò di sottecchi annuendo. Un ragazzo si incamminò verso di noi e mi fece‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ cenno di avvicinarmi.

​«Sei Jane?»

​«Chi sei?» domandai incuriosita. Nessuno, in tre anni, mi aveva mai approcciata in disparte per chiedermi qualcosa. La maggior parte della gente mi aveva liquidata come stronza ancora prima di conoscermi.

​«Ho visto il tuo annuncio nel bagno dei ragazzi. Merda, un pompino a dieci dollari? O hai una bocca magica o te la credi‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ decisamente troppo. Quand'è che sei disponibile?»

​Scoppiai a ridere e indietreggiai: la situazione stava diventando decisamente assurda. Il ragazzo mi afferrò per un braccio, stringendo la presa.

​«Lasciami. Subito!» sbottai incazzata nera. Ma chi cazzo si credeva di essere per mettermi le mani addosso?

​Alle mie spalle, un forte spostamento d'aria mi fece quasi barcollare. No, non era stato il‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ vento: era stato Paul, che aveva letteralmente atterrato il ragazzino.

​Non capivo perché tutti pensassero che offrissi pompini a destra e a manca. Un senso d'ansia atroce mi assalì e le lacrime iniziarono a offuscarmi la vista.

​«Paul, lascialo stare» mormorai. Avrei voluto avvicinarmi, ma il suo sguardo furioso, gli occhi iniettati di sangue, le vene in evidenza e il‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ suono terribile delle ossa che si spezzavano mi bloccarono sul posto.

​«Tu non sei nessuno per parlare con lei!» Risuonò un altro scricchiolio orribile. «Tu non ti permetti di parlarle in questo modo, ragazzino!»

​Paul lo teneva bloccato sotto di sé: sembrava una furia cieca.

​«Cos'è successo?» Una mano calda mi afferrò il braccio e due occhi azzurro ghiaccio mi‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ riscossero.

​«Paul... lui gli sta rompendo le ossa... io non... quel ragazzo mi ha chiesto una cosa... quanto prendevo per un pomp—»

​Un urlo straziante mi fece tremare il cuore e volsi di scatto lo sguardo verso i due ragazzi. La stretta di Michael si rafforzò, attirando il mio corpo contro il suo.

​«Jane, guardami.» Michael mi accarezzò il viso‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ e i miei occhi bruciarono quando incontrai di nuovo i suoi. «Guarda me. Non pensare a niente, guarda me e notami.»

​Un altro urlo disperato mi fece girare di scatto e Michael imprecò a bassa voce. Vedevo un osso sporgere e il sangue sgorgare dal braccio dello sconosciuto. Mancava poco che vomitassi.

​«Paul, basta. Stai spaventando Jane!» Michael afferrò Paul‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ per una spalla e lo tirò indietro come se fosse una piuma.

​La sua camicia bianca e il pullover nero da bravo ragazzo stavano mettendo a dura prova la sua vera natura. I suoi occhi iniettati di sangue bruciavano di pura rabbia, vendetta e divertimento. Si scostò i capelli dal viso e si abbassò lentamente al livello del ragazzo a‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ terra.

​«Billy Truman... con quale coraggio chiedi un pompino a una ragazza? Che tra l'altro non ha alcuna intenzione di venire a letto con te. Ora, tu mi dirai chi sta mettendo in giro queste voci e io, da bravo ragazzo, eviterò di strapparti le budella per legartele intorno al collo. D'accordo, Billy?»

​Paul mi si avvicinò e, con la‍​‌​​​​​‌​‌‌​​‌​​​​‌‌​‌​​​‌‌​​​‌​​‌‌​​​​‌​​‌‌‌​​​​​‌‌​‌‌​​​‌‌​‌​​​‌‌​​‌‌​​​‌​‌‌‌​​‌‌​​‌‌​​‌‌‌‌​‌​​‌‌​‌‌‌‌⁠ delicatezza di un elefante, mi sfilò il cellulare dalla mano. Il suo sguardo era gelido, i movimenti meccanici, teso come una corda di violino. Sentii la voce di Klinton provenire dall'altoparlante del telefono e un'ondata di nausea mi assalì.

​Paul mi fissò negli occhi e il suo corpo si irrigidì ulteriormente.

​«Klinton, tu sei il prossimo.»

Nota dell'autrice/autore
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