"Pensavo solo a correre, correre, correre. Corri finché non senti più nulla: né il dolore, né gli spari. Ti rialzi se cadi, e continui a correre finché quei giorni non saranno lontani."
Capitolo 3
Mi svegliai in preda a un violento attacco di panico.
Il petto mi si stringeva in una morsa asfissiante, mentre l'aria sembrava rifiutarsi di entrare nei polmoni. Mi sentivo soffocare, totalmente sopraffatta da una sensazione di vuoto e terrore paralizzante. La prima cosa che percepii nettamente furono delle mani attorno al mio collo, che stringevano con forza sufficiente da spezzarmi il respiro, ma non abbastanza da uccidermi.
«La mia puttana è sveglia, eh?»
Jonathan strinse ancora più forte. Le mie mani afferrarono d'istinto i suoi polsi nel tentativo disperato di spingerlo via, ma senza successo. Divincolai le gambe, svicolai sul letto, cercai in ogni modo di sfuggire alla sua presa, ma era tutto inutile. Non riuscivo a respirare. Il punto focale della mia vista iniziò a sfocarsi, riducendosi a una macchia scura. L'aria mancava del tutto e le forze mi stavano abbandonando rapida.
“Piccola Asworth, combatti.”
Combatti. Spingilo.
Non ci riuscivo. Quella voce interna continuava a ripetermi di spingerlo, di reagire, ma come?
Sei una cazzo di Asworth. Sei una cazzo di Reggente.
Prendi quel polso e spezzaglielo. Respingilo con la mente.
COMBATTILO, JANE.
La vista mi ritornò soltanto per un secondo. Un unico, decisivo secondo.
Gli afferrai un polso con una mano e con l'altra gli conficcai le unghie negli occhi. Lui rimase ancora sopra di me, ma mentre tossivo alla disperata ricerca d'aria, sferrai un calcio al suo petto e lo sbalzai giù dal letto.
«La tua puttana ti taglierà la lingua e ti caverà gli occhi, se la toccherai di nuovo» mormorai affannata. Il petto mi bruciava, i polmoni chiedevano pietà e la vista mi tornava solo a tratti.
Jonathan rise; una risata cupa e malvagia, degna del peggior cattivo delle favole.
«Buongiorno amore mio, piaciuto il dolce risveglio?»
Mio cugino si avvicinò di nuovo al letto e mi prese per le caviglie, trascinandomi fino al pavimento. La sua mano tornò sul mio collo, questa volta esercitando una pressione leggera.
«I tuoi genitori e tua sorella sono andati in Virginia per affari. Sei mia, per tutto il mese» sussurrò in modo maligno. La sua voce era rauca, viscida. «Se provi a mettere qualcosa per coprire i miei segni, ti giuro che ti scopo in mensa. Davanti a tutti.»
Si alzò, si sistemò la divisa e mi sorrise. Avrei voluto piangere: l'umiliazione, la paura e il terrore di rimanere da sola con lui presero completamente il sopravvento. Mi diede le spalle e se ne andò, lasciandomi finalmente sola.
Chiusi la porta a chiave e corsi in bagno, dove la prima cosa che notai allo specchio furono i segni rossi sul collo e il livido sul polso. Io lo uccido, quel bastardo di merda.
Mi fiondai in doccia nel tentativo di cancellare il suo tocco, il suo profumo, la sua presenza. L'acqua bollente mi bruciava la pelle e la spugna ruvida la faceva quasi sanguinare, ma non mi fermai. Non finché avessi continuato a sentirlo addosso a me.
Uscii dal bagno ancora con l'accappatoio e vidi il cellulare squillare. Risposi alla chiamata, ma non riuscivo a parlare: la gola mi faceva troppo male, come se avessi ingoiato mille aghi.
«Ciao J. Sono Davina. Ho scoperto che abito a fianco a Killian e gli si è rotta l'auto. Vi do un passaggio io a scuola, tra cinque minuti saremo da te.» Il suo tono era vivace, sereno, decisamente troppo squillante per essere solo le otto meno venti di mattina.
Grugnai e riattaccai. Asciugai velocemente i capelli, indossai la divisa e una felpa con il cappuccio. I capelli coprivano in parte i segni, quindi potevo ritenermi abbastanza fortunata quella mattina. Scesi dalla finestra e, non appena vidi l'auto di Davina, mi fiondai all'interno, facendo segno di partire. Lei mi guardò stranita.
«Puoi partire, cazzo?» avrei voluto urlare, ma la mia voce uscì gracchiante e spezzata. La gola mi bruciava da morire.
Partì a razzo e finalmente mi rilassai. Alzai la testa per dare sollievo al collo, ma commisi un errore.
«Hey J, togliti il cappuccio, fa caldo oggi!» Killian si girò verso di me, ma la sua voce si affievolì all'istante. «J... è stato lui?» mormorò, con gli occhi spalancati e la paura che gli trasudava da ogni poro.
Annuii debolmente e mi appoggiai al finestrino. Arrivammo a scuola dopo pochi minuti. Killian mi aiutò a scendere, mi sistemò il pullover e i capelli.
«Lo vedremo anche qui a scuola?» domandò guardandosi intorno, prima di fissarmi negli occhi.
Pensai a quella mattina e alla divisa che gli calzava fin troppo bene. Annuii con un'espressione che valeva più di mille parole. Davina si avvicinò e mi fissò la gola: aveva visto i segni anche lei.
«Chi te li ha fatti?» domandò con voce debole. Il suo tono era fine e delicato, ma al contempo tagliente. Era arrabbiata; la sua aura mi ricordava una tempesta in mezzo all'oceano.
Scossi la testa e mi allontanai dalla sua auto, diretta verso il mio armadietto, ma lei mi fermò per un braccio.
«Ti ho fatto una domanda» disse con tono fermo, da classica mamma chioccia.
Michael e Paul si avvicinarono. Davina si girò verso di loro come se li avesse percepiti, nonostante non avessero fatto alcun rumore.
«È ferita. Qualcuno le ha fatto del male» sussurrò.
Scostai il braccio ed emisi una breve risata, subito interrotta da un colpo di tosse.
«Non siamo amici e di certo non lo dico a voi tre. Questioni di famiglia. Fuori dalle palle» mormorai a bassa voce, l'unico modo per non sentire troppo dolore. Li fissai negli occhi e li superai.
Se fossero rimasti al mio fianco, Jonathan li avrebbe uccisi.
Come in passato.
Arrivai in aula dieci minuti dopo il suono della campanella. C'era il gruppo di Michael a sinistra, il gruppo di Ashley e Klinton a destra e, al centro, Jonathan che mi fissava con un sorriso sornione.
«Hey puttanella, chi ti ha fatto quei segni? Un cliente aggressivo?» Klinton mi tagliò la strada verso il banco, ma Killian mi tirò leggermente indietro.
«Hey Klinton, giusto?» mio cugino si avvicinò a lui e gli sorrise. Quel suo odioso sorriso da "ora mi diverto".
«J, ha lo stesso sorriso di quando mi buttò dalla casa sull'albero e mi ruppe il braccio» sussurrò Killian.
Il tempo di sbattere le palpebre e Jonathan colpì Klinton allo stomaco con un pugno.
«Parla così ancora a mia cugina e ti strappo la lingua. E vale per tutti. Chiunque si avvicini a Jane e al suo amico farà un giretto con me al fiume. Sono stato chiaro?»
Sorrise a tutti e mi fece un occhiolino mentre lasciava andare Klinton, che cadde a terra dolorante. Fissai Jonathan con odio, ma decisi di ignorarlo e andai al mio posto. Il professore entrò, ignorò la scena e scrisse alla lavagna la lezione del giorno.
Jonathan si sedette davanti a me. Dopo qualche secondo si girò, mi fissò il collo sorridendo di sbieco e sussurrò: «Tranquilla, amore mio. Nessuno oserà toccarti quando ci sono io. Mi raccomando, non coprire i miei segni.»
Sentii uno scriccolio al mio fianco: era Paul, che aveva spezzato il banco a metà mentre fissava Jonathan. Quando mio cugino se ne accorse, gli fece un occhiolino e poi tornò a prestare attenzione al professore.
Terrore.
Tempesta.
Furia.
Morte.
L'aria si fece pesante; non riuscivo a respirare né a pensare lucidamente. Mi sentivo soffocare, proprio come quella mattina. Spalancai gli occhi; stavo stringendo i pugni così forte che le unghie mi piantavano la carne fino a farmi sanguinare, e serravo la mascella al punto da avvertire dolore ai denti. L'unica cosa che percepivo era il mio respiro affannoso e la voglia irrefrenabile di piangere, di urlare, di distruggere tutto.
Poi, una mano mi accarezzò delicatamente i capelli e il mormorio dell'aula si attenuò, come se fossi finita dentro una bolla d'aria. Sentii un calore diffondersi al centro del petto, simile all'effetto immediato di una tisana calmante. Rilassai lentamente i pugni. Un senso di serenità e rilassamento mi inondò, distendendo la mascella, mentre un calore paragonabile a un abbraccio placò il mio respiro. Non ero più in preda all'attacco di panico. Non mi sentivo più soffocare.
Non stavo annegando, né nell'acqua né nei miei pensieri.
La tempesta non perdona gli affogati, Jane.
Ero sopravvissuta.
Finite le lezioni andai in mensa con Killian al mio fianco. Camminava rigido come un robot o come una persona consapevole di avere uno stalker alle spalle; ed era proprio così, dato che Jonathan ci seguiva a poca distanza, con Paul e Michael alle sue spalle. Mi fermai e mi voltai, e così fecero anche loro tre. Presi lentamente Killian per mano, lo guardai e iniziammo a correre verso la mensa. Superammo tutti, prendemmo due panini al volo e Killian urlò che li avremmo pagati più tardi. Guardandoci le spalle, vedemmo Paul e Jonathan cercarci con lo sguardo mentre si fulminavano a vicenda.
Pensai al tetto, ma era un nascondiglio troppo scontato. Uscimmo dalla porta di emergenza della mensa e ci rifugiammo sotto gli spalti del campo da football. Prendemmo fiato, ci sedemmo e scartammo i nostri panini.
«Lo sapete, vero, che gli spalti sono uno dei posti più comuni dove cercarvi?»
Mi ritrovai faccia a faccia con Michael e il suo sorrisetto, con le fossette in evidenza.
«Mangiate, vi copro io.»
Michael si sedette di fronte a me con una sigaretta tra le labbra e le gambe divaricate. Sentimmo dei passi alle nostre spalle e sia io che Killian rimanemmo immobili e in silenzio. Un po' come quando ti trovi davanti a un dinosauro: se non ti muovi e non parli, non ti vede, no?
«È stato lui, vero?» la voce di Paul era preoccupata, quasi spezzata. Lo guardai di sbieco e alzai le spalle.
«Hey gorilla, è tutto okay. È abituata. Sta bene» rispose Killian con tono piatto, lo sguardo vuoto e le mani che tremavano.
Sia io che Killian ricordavamo bene quali fossero le conseguenze del fare la spia: per lui un braccio rotto, per me una settimana chiusa al buio in una cella frigorifera. Ed avevamo solo otto anni.
Guardai Paul e lo fissai negli occhi.
Sto bene. Sto sempre bene, cazzo.
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