"tutto passa attraverso il dolore, te l'ho già detto dopo il buio torna sempre il sole"
Capitolo 3
Davina e Kinan mi guardano con preoccupazione, ma i miei pensieri sono rumorosi, quasi come il mormorio dei ragazzi in caffetteria.
Paul era una furia omicida. Michael era glaciale, e il modo in cui l'ha minacciato, il modo in cui entrambi hanno portato quel ragazzo dentro gli spogliatoi è stato... sexy.
Il modo in cui mi ha tenuto stretta, la sua mano che tremava mentre con insospettabile dolcezza mi spostava i capelli dal viso. In quel momento ho letteralmente dimenticato come si respirasse.
«Ti stavo chiamando ma probabilmente non hai sentito il cellulare. Qualcuno ha scritto sulla porta del bagno di scuola che offrivi dei servizi orali a dieci dollari, ma l'ho cancellato appena l'ho visto. Nessuno leggerà quello schifo» Kinan mi accarezza il braccio e si siede ancora più vicino, cercando il mio sguardo. «Ti immagini se fosse successo a un'altra ragazza? Sarebbe finita molto male e nessuno avrebbe pagato. Lo avrebbero archiviato come uno scherzo di merda»
Scoppio a ridere, talmente forte che la gola mi brucia. Stringo più volte i pugni e tra una risata amara e l'altra cerco di prendere fiato. «Ah, che palle, odio le stronze»
So perfettamente che è stata Ashley, l'unica in tutta l'università che possa fare queste stronzate infantili da liceo.
Davina mi guarda confusa, io mi alzo con tutta la calma di questo mondo e cammino spedita verso la colpevole. L'ansia mi stringe la gola, il mio battito aumenta e il cuore pompa velocemente. Lo sento: tum tum. Nelle orecchie, che sembrano scoppiare.
Le risate, i mormorii, gli armadietti che sbattono, i cellulari che squillano, il "tin" metallico dei messaggi.
Tutto rimbomba dentro la mia testa.
Faccio una coda veloce in cerca d'aria e respiro contando.
1, 2, 3 inspira.
1, 2, 3 espira.
I colori attorno a me si fanno più chiari, quasi nitidi, i movimenti delle persone diventano più lenti.
1, 2, 3 inspira.
I rumori si attenuano, diventando semplicemente un piccolo, distante brusio.
1, 2, 3 espira.
Gli odori si fanno più leggeri, meno confusi.
Muschio, bagnoschiuma alla vaniglia, alla fragola, shampoo sintetico per capelli, profumo dolce e stucchevole alle rose, profumo pesante dalle note legnose, odore di paura, preoccupazione, ansia, ansia, rabbia, dispiacere, pioggia imminente, sole, pino.
1
2
3
inspira.
1
2
3
Espira.
Uccidi.
Arrivo in mezzo al corridoio est, vicino all'aula di chimica, e trovo Ashley accanto al suo armadietto insieme ad alcuni ragazzi della squadra di football e a Klinton.
«Hey ragazza pompino, quand'è il mio turno?» urla Klinton avvicinandosi con un ghigno viscido. Sorrido, afferro il suo collo con le mie unghie laccate di rosso, attirandolo a me, e gli mollo una testata secca contro il setto nasale.
Non contenta, gli sferro un calcio preciso nelle palle e lo spingo di lato mentre ridacchio. «Hey gorilla di merda, l'unico servizio che posso offrirti è questo: io che ti sviscero e lego le tue budella attorno al tuo collo, e le tue palle al posto degli occhi. Che cosa dici? Allettante, non è vero?»
Mi avvicino ad Ashley, che ha una faccia terrorizzata e indietreggia urlando: «Non ti avvicinare, brutta stronza! Chissà quante malattie hai!» I ragazzi provano a circondarla per farle da scudo, ma qualcosa li ferma a mezz'aria, una pressione invisibile nell'aria.
Sono a un soffio dal suo viso quando continuo a ridere e la spingo violentemente contro il metallo del suo armadietto. «Prova ancora a rompere le palle, a fare qualche stronzata e ti faccio diventare calva. D'accordo, Ashley?» borbotto mentre, giocherellando, le tiro leggermente i capelli con una lentezza snervante. «Tu sei pazza!» strilla lei. «Era uno scherzo, è inutile prendersela così!»
«Era uno scherzo? Lo sai che se lo avessi fatto a qualche altra ragazza, probabilmente avrebbe subito una molestia, o uno stupro? Perché non so se te ne sei resa conto, ma i ragazzi, e anche le ragazze di oggi, sono una merda totale. E poi? Quando sarebbe arrivata la notizia del suo suicidio, cosa avresti detto? "Era solo uno scherzo"?» Le prendo il viso tra le mani e le conficco le unghie nelle guance, strattonandola verso di me e scavando nella pelle con forza.
«Tu sei uno scherzo di merda. O tuo padre era troppo ubriaco quando ti ha fatta, o sei il frutto di un preservativo bucato» Puzza di paura, di marcio e di stucchevoli caramelle gommose. Guardo i ragazzi che stanno intorno a noi e domando loro: «Qualcuno di voi vuole dire qualcosa?» I ragazzi scuotono la testa in segno di diniego e si tirano indietro, lanciando uno sguardo timoroso alle mie spalle.
Michael, Paul e Dylan sono lì, a braccia conserte, mentre guardano con aria di sfida chiunque si trovi in quel corridoio.
Michael ha sostituito la sua camicia e il pullover con una maglietta nera attillata e le sue braccia, interamente ricoperte dai tatuaggi, causano un piccolo infarto al mio cuore. Il suo solito sorrisetto fa capolino sul suo viso e i suoi occhi scuri brillano di divertimento. «Non credo che abbia bisogno della nostra protezione»
«Oh, invece sì. Guarda che dare una testata fa malissimo. Ho bisogno di qualche cavaliere che mi salvi da queste stronzate» mormoro alzando gli occhi al cielo. Guardo Paul, che continua ad agitarsi nervosamente mentre fulmina tutti con il suo sguardo cupo e scuro. Gli mollo uno schiaffo sul braccio attirando la sua attenzione. «Stronzo! Potevi finire nei guai! E poi come ti salta in mente di ridurre così una persona? Fallo di nuovo e ti spacco la faccia, imbecille!» borbotto mentre li supero a passo svelto. Kinan mi segue a ruota e la combriccola rimane dietro a parlare.
«Non ho fatto niente!» borbotto mentre sprofondo sulla sedia. «Signorina Asworth, ha picchiato il capitano della squadra di football, ha fatto massacrare un ragazzino del primo anno da un ragazzo per bene, e ha minacciato la signorina Casanova! Lo sa che il minimo che dovrei darle è l'espulsione immediata?»
Il preside mi guarda con rabbia mentre io lo ignoro completamente. Guardo il suo ufficio e noto con sorpresa — siccome sono poche le volte che vengo trascinata qui dentro — quanto sia... ottocentesco? Pacchiano? Sfacciatamente osceno?
Faccio giudicare a voi, cari amici. Appena si varca la soglia della porta, fatta interamente di legno massiccio, si nota come primo accessorio un ritratto a figura intera del preside, in posa da Napoleone Bonaparte. Un lampadario color oro pesante che scende fino a qualche metro dalle nostre teste, e un divano sempre oro che occupa la maggior parte dello spazio, affiancato da una piccola scrivania nera e da due poltrone rigide, sempre color oro, che completano l'arredamento.
No, scherzo, come faccio a non notare quelle due lampade da terra che sembrano letteralmente due attaccapanni? La colorazione è rigorosamente in oro, ragazzi, non sia mai che si usino altri colori. Mia sorella Holly mi afferra il braccio e la guardo con gli occhi spalancati. Sento le sue unghie affondare dolorosamente nella mia carne man mano che il preside racconta le varie avventure della mia giornata. «Mi fai male, Holly» sussurro pregando che la smetta. Le lacrime salgono per il dolore, il bruciore dei suoi graffi mi fa rabbrividire, e la morsa aumenta quando lei mi fissa in modo glaciale.
«Preside Thomas William— mi scusi, Thomps, accettiamo l'espulsione di Jane. Non credo che mia sorella sia idonea a restare in questa Università. A casa riceverà la sua adeguata punizione e terrò conto di parlarne con i nostri genitori. La ringrazio del suo tempo. Jane, alzati, saluta e andiamo a casa.»
Strattono il braccio per liberarmi e mi alzo di scatto mentre guardo mia sorella confusa. «Non ascolti nemmeno la mia versione?» Mia sorella mi spinge con forza fuori dall'ufficio e rimaniamo solo noi due nel corridoio deserto. Uno schiaffo sonoro mi fa voltare la faccia di scatto e per un secondo sento un inferno divampare dentro di me. Le lacrime salgono e scorrono calde sul mio viso mentre cerco di coprirmi con le mani, ma mia sorella mi molla un altro schiaffo, e poi un altro ancora, ridendo istericamente. «Stai piangendo?»
Le mostro il viso, ingoiando a vuoto mentre scuoto la testa. Mi arriva un altro schiaffo, questa volta sferrato con la mano piena di anelli, che mi graffia la guancia facendomi uscire del sangue. Io tengo duro, alzo lo sguardo e, nonostante le lacrime che bruciano, la guardo dritta negli occhi.
«Tu... sei la vergogna della famiglia. Offri servizi di prostituzione a scuola, la tua media si è abbassata e non hai dato un esame in tempo solo perché avevi paura di fallire? Poi scopro che picchi i ragazzi, persino il figlio di un giudice penale che lavora con nostro padre! Jane, per l'amor di Dio! Se papà lo scopre, ti uccide! Vogliamo parlare di quel ragazzino di prima che hai fatto massacrare? Aveva fatto un commento per scherzare! Non ti voleva scopare per davvero! E per la cronaca, è il figlio della Personal Security Emporium, Jane, la società che finanzia un quarto degli esperimenti di papà! E in tutto questo hai coinvolto, con le tue bugie, Paul Hosley. Un ragazzo che non dovresti minimamente frequentare. Io non posso coprirti, Jane. Hai sbagliato tutto».
Prendo un respiro profondo, la fisso negli occhi. Sento il mio corpo diventare di piombo, provo a distendere le mani ma sono completamente immobile. Continuo a respirare, chiudo gli occhi e guardo dentro di me.
Rabbia, paura, ansia, nostalgia, delusione girano in tondo nella mia mente, come lupi affamati in procinto di sbranare una piccola preda indefensa.
Sento le mani che tremano, le gambe sono così pesanti che vorrei fare qualche passo indietro, ma non ci riesco. Non posso. Qualcosa d'invisibile mi tiene bloccata lì.
«Che razza di sorella sei per parlarle in questo modo?» Davina spinge via mia sorella frapponendosi tra noi, coprendomi dalla sua vista. «Davina Clare. So benissimo chi sei e ti consiglio vivamente di metterti da parte. È una questione strettamente privata tra me e mia sorella.» sbuffa Holly.
Tua sorella è una brava ragazza, che è stata vittima di bullismo a livello liceale! Una stronza che tua sorella ha semplicemente messo al suo posto ha causato tutto questo! E quegli stronzi di merda... non me ne frega un cazzo di chi sia il padre di Klinton o il padre dell'altro! Hanno cresciuto dei pezzi di merda dal cazzo piccolo, e tua sorella è stata una donna forte a conciarli in quel modo. E cara Holly, sii fortunata che sei una donna, altrimenti... Paul avrebbe massacrato anche te» Mia sorella sbianca per un secondo, ma non cede alla tensione. Sorride mettendo in mostra le fossette e le labbra dipinte di un rosso vivo. «So perfettamente cosa siete e non credevo che mia sorella fosse così stupida da avvicinarsi a voi, sapendo la vostra fama. Voi non siete alla nostra altezza. Voi non siete niente.» Con quella frase mia sorella crea una frattura profonda in Davina. Lo noto dalle sue mani che comincia a tremare, da come si tortura ferocemente il labbro e dai suoi occhi spalancati dal rancore. Mi rendo conto che la situazione sta sfuggendo del tutto di mano.
«Holinda Janette Asworth.» Michael entra spavaldo, sorridendo come se stesse incontrando una vecchia amica a un party. «Non credi che questa condotta stia andando contro i nostri accordi?» Michael afferra con decisione il braccio di Davina, tirandola alle sue spalle, e un improvviso senso di gelosia mi assale il petto.
Perché?
Davina si afferra al suo braccio come se da quel contatto dipendesse la sua stessa vita. Michael le lancia un'occhiata veloce facendole un piccolo accenno di sorriso; i suoi occhi le mandano un messaggio ben chiaro: "Va tutto bene". Davina si stacca lentamente e va oltre la porta ed è allora che noto gli altri ragazzi. Paul e Dylan sono lì, a braccia conserte, pronti a intervenire, e mi guardano sopraffatti dalla preoccupazione e da una rabbia trattenuta a stento.
«Holly, andiamo a casa» mormoro con tono piatto, debole e privo di forze. La stanza odora di pioggia imminente, di tempesta, di rabbia soffocata, di menzogne, di avidità, di profonda preoccupazione, di paura. Odora di guerra. Non riesco a capire quale odore provenga da chi: si sono mischiati tutti assieme diventando così forti e acidi che ho un bisogno disperato di aria pulita.
Mia sorella mi afferra ruvidamente per il braccio, avviandosi verso la porta, ma si blocca sull'uscio a causa dei due ragazzi possenti che le sbarrano la strada. «Spostatevi» ordina mia sorella provando ad avanzare, ma loro stringono le spalle bloccando il passaggio. «Lascia Jane e ti lasceremo andare.»
Un calore improvviso alle mie spalle mi dona conforto, forza e un'inaspettata calma. Michael, forse per sbaglio o forse no, mi sfiora dolcemente la base della schiena con la mano, e una scarica di brividi attraversa tutto il mio corpo. «Ragazzi, spostatevi» ordina Michael con voce ferma, rauca, mentre osserva i suoi amici. Passano lunghi secondi di silenzio assoluto in cui penso seriamente che stiano comunicando attraverso la mente.
Che stupidaggine.
I ragazzi si scansano facendoci passare e noto con sollievo che il corridoio è completamente vuoto. Il viaggio verso casa è immerso in un silenzio tombale; mia sorella guida in apparente tranquillità, canticchiando persino qualche canzone trasmessa dalla radio. «Mi dispiace per come ho reagito prima. Non dovevo picchiarti» mormora sorridendo allo specchietto retrovisore.
Una domanda mi assale la mente: non è che quella strana, alla fine, ero io?
È pazza? Prima si comporta da sorella protettiva che mi sostiene, e poi mi picchia selvaggiamente senza sentire ragioni! «Dovevi ascoltarmi» gracchio con la gola che brucia terribilmente. «Hai ragione, dovevo ascoltarti, ma ora puoi raccontarci tutto!»
Raccontarci?
Entriamo in casa e noto un paio di valigie eleganti nell'ingresso e un piccolo brusio provenire dal salotto. «Ciao tesoro!» Mia madre si fa avanti e abbraccia Holly. Cosa ci fanno già qui?
«Cosa... Perché siete qui? Non dovevate partire per un problema urgente a Singapore?» domando, ma la voce non mi esce ferma come vorrei. Esce stridula, impaurita, incrinata dalla sorpresa. Mia madre, sempre impeccabile nel suo tailleur nero, le sue Jimmy Choo e la borsa di Valentino stretta al braccio, ha i capelli neri e lucidi legati in uno chignon elegante — così simili ai miei da darle un'aria quasi fanciullesca — ma sono i suoi occhi a dare il colpo di grazia. Guardandomi con pura rabbia e disgusto, si avvicina fissandomi con le sue iridi castane. «Tu ora racconterai ogni singola cosa, e se provi a mentirmi, giuro sull'Angelo che ti frusto così forte da farti sanguinare la schiena, figlia mia.» Tremo cercando di indietreggiare, ma una risata velenosa alle spalle di mia madre mi blocca sul posto. «Forza zia, non dovresti dire queste cose alla piccola Asworth. In fondo non sappiamo come siano andate davvero le cose... dovrebbe sedersi e raccontare, non è vero, cugina?» Jonathan Asworth, mio cugino da parte di padre, mi fissa con occhi divertiti e sadici. I suoi capelli neri e gli occhi grigi identici ai miei gli donano un'aria spettrale a causa della pelle incredibilmente pallida. Sembiamo quasi fratelli gemelli.
Stravaccato sulla poltrona di pelle, gioca facendo ruotare il liquido ambrato dentro un bicchiere di cristallo.
«Cosa ci fa qui lui?» Per la seconda volta, la mia voce mi tradisce tremando.
Mio cugino, quel grandissimo bastardo, ha reso la mia infanzia e la mia adolescenza un vero e proprio inferno in terra. Ovunque andassi, persino quando andavo in bagno, lui era lì dietro di me a osservare ogni mio movimento, a giudicarmi con commenti sgradevoli e a ridere nel vedermi in difficoltà.
«Starò qui per un po', cuginetta. Ci divertiremo un sacco come ai vecchi tempi... non sei felice?» mio cugino ridacchia e mia madre lo guarda come se fosse il suo figlio prediletto, con uno sguardo pieno di ammirazione e amore.
Mio padre si siede lentamente sulla sua poltrona e, con uno sguardo glaciale che non ammette repliche, m'intima di parlare. «Parla, figliola. E vedi di non mentire»
Parlo, raccontando esattamente cosa è successo oggi. Racconto di come li ho conosciuti. Parlo con voce monotona, come un robot programmato. Omettendo però un unico, fondamentale dettaglio.
Il loro odore. Puzzano tutti di menzogne, avidità, tempesta imminente, terra morta, zolfo e paura. Di me.
Hanno paura di me. Ma perché?
La paura ha diversi odori, dipende da cosa o da chi la provoca: quando hai paura di una cosa, assume sfumature agrodolci, di caffè amaro con una nota aspra. Quando si ha paura di qualcuno, la paura emana un odore fetido, stomachevole, come quando mangi troppo sushi imbevuto di troppa salsa di soia.
La loro paura verso di me era diversa: pizzicante, metallica come il ferro, a tratti pungente, con un leggero retrogusto di vaniglia, di pioggia e di zolfo.
Mio padre mi liquida mandandomi in camera mia. Nessuno ha fiatato durante la mia esposizione dei fatti; mi guardavano tutti come se fossi io ad aver sbagliato tutto. Come se fossi io quella sbagliata.
Ho sbagliato? Ho sbagliato quando ho reagito? Quando ho difeso a denti stretti la mia dignità? Ho sbagliato a non subire in silenzio e a non stare zitta?
Ci sono persone che ogni giorno soffrono, subiscono abusi e violenze psicologiche e fisiche. Ci sono, ogni santo giorno, ragazze che prendono in giro altre ragazze facendo "scherzi" idioti come questo, che poi sfociano nello stupro, nel suicidio, nell'omicidio... che sfociano nella violenza domestica, nella depressione, nel bullismo più feroce. Ci sono persone che subiscono tutto questo e pregano di avere anche solo un minimo di forza e di coraggio per reagire, per denunciare. Ma molte non denunciano e non reagiscono perché sono paralizzate dalla paura. "È il figlio di quella persona importante", "Non posso farlo, è amico di gente potente", "Ho paura, ha minacciato la mia famiglia".
A volte la gente punta il dito contro gli innocenti e protegge i veri mostri.
Io ho avuto il coraggio di prenderli per il petto, di reagire e di mostrare i denti. Non sono il loro giocattolo. Sono una persona e non intendo assolutamente essere trattata come un gioco o come uno scherzo di pessimo gusto.
Non ho sbagliato. Non sono io quella sbagliata. È tutto questo mondo a esserlo.
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