Tredici anni.
La prima cotta. Il primo "ragazzo". Il primo batticuore.
Damon Salvatore è stato il mio primo vero amore. L'amore della mia vita, nonostante fosse una red flag vivente. Sapevo bene che non esistevano ragazzi come lui nella realtà, ma ormai i miei standard si erano alzati. Alla fine mi accontentavo di quello che la chiesa passava, visto che un vampiro centenario in giro non si trovava.
M è stato il mio primo fidanzatino: biondo ossigenato (sì, ero fissata con Jace Wayland), occhi scuri, alto. Un vero rubacuori. Stavamo insieme da tre settimane e non ci eravamo dati neanche un bacio sulla guancia; era puro come una suora di clausura e brutto come la figlia di Fantozzi al buio con la black mask.
Mi lasciò proprio il giorno del nostro "anniversario" (se così si può chiamare il traguardo del primo mese). La scusa? "La distanza è troppa, non possiamo continuare". Abitava a 500 metri da casa mia: se quella era troppa distanza, il ragazzo aveva decisamente un problema con le misure.
Comunque, ritornando a noi: piansi, e anche tanto. Ero persino andata dal parrucchiere per sentirmi più bella la sera insieme a lui. Ma il tempo di truccarmi, e la delusione amorosa era già passata.
Chiamai te, V. Ricordi?
Mi sfogai con te sul fatto che gli uomini facessero schifo. Nessuno sapeva gestire il mio carattere, Capricorno ascendente Toro. Ero decisamente troppo per lui, non c'è dubbio. Mi sfogai, ma senza versare una lacrima: il mascara era riuscito troppo bene per rovinarlo così.
Ti ricordi, V, di quando mi venisti a prendere sotto casa con la nostra comitiva?
A guardarci da fuori faceva strano: una ragazza e dieci ragazzi. Sembrava l'inizio di un film a luci rosse, diciamocelo. Ma non fraintendete: su dieci ragazzi, otto erano miei cugini e due erano semplici amici di V. Venivo trattata come un maschiaccio — anche se alla fine avevo più palle io di tutti loro messi insieme — ma allo stesso tempo mi viziavano come una principessa e mi proteggevano come una sorella minore. Ed è proprio qui che successe il casino.
Vi racconto.
Uscimmo come tutte le sere e andammo in villa, una piazza con una statua (sembrava un cazzo) enorme in mezzo. L'unica cosa che si poteva fare lì era girare in tondo, perché non c'era assolutamente nulla. Ma ci divertivamo lo stesso.
Arrivati in villa, vedemmo M. Mano nella mano con un'altra ragazza.
Mi avvicinai e, da brava ragazza qual ero, gli mollai un pugno dritto sul naso. Un po' di sangue non spaventa gli uomini, no? Ritornai dal mio gruppo e, in totale serenità, commisi il mio più grande errore: lo accennai a te, V. Tu lo dicesti all'altro nostro cugino, lui all'altro ancora, e così via.
Risultato? Mi ritrovai seduta su una panchina mentre loro, in fila indiana, davano uno schiaffo a testa a M. Alla fine della fila, M era per terra con la faccia gonfia e svenuto.
A un certo punto mi vennero i sensi di colpa. Per una sciocchezza del genere, quegli idioti l'avevano letteralmente massacrato. Iniziai a piangere e mi ritrovai circondata:
tu, V, che mi abbracciavi dicendo che se lo meritava perché mi aveva ferito (e che se piangevo diventavo brutta — infatti il pugno sul naso, alla fine, te lo sei preso pure tu);
il Rosso che mi consolava ricattandomi con un "se smetti di piangere ti compro il gelato";
il Pulcino e Quattrocchi che ripetevano di essere più belli, più alti e più intelligenti di lui... Sì, così intelligenti che non sapevano nemmeno la tabellina del nove.
È lì, con questo ricordo, che ho capito che nel bene e nel male ci sei sempre stato per me, V. Ci sei sempre stato per ognuno di noi. Odiavi vedermi piangere, vedermi triste o in silenzio.
Ricordo ancora le tue parole: "Anche se hai i denti da coniglio, sei la mia cugina preferita perché hai il sorriso più bello". Nonostante il complimento, uno schiaffo non te l'ha tolto nessuno.
Perché noi siamo fatti così. Non ci diciamo mai "ti voglio bene" o "ci sono io". Noi lo dimostriamo.
"L'ho fatto per te. Perché tu non meriti di soffrire. E se qualcuno ti farà ancora del male, ce ne occuperemo noi".
Da quel momento mi siete stati accanto ogni singolo giorno. In ogni rissa, in ogni sorriso.
Da quel momento, io e te abbiamo iniziato a proteggerci a vicenda.
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