Essere la più piccola della famiglia non era un male. Soprattutto quando eri invisibile.
Gli unici problemi che poteva avere una bambina di quarta elementare erano le tabelline e il libro di grammatica.
Questioni di vita o di morte, praticamente.
E, invece, c'erano altri problemi. O almeno, responsabilità.
Seduta alla tavola rotonda del salotto — come la chiamavamo noi giovani —, tu mi guardavi piangere mentre facevo la tabellina dell'otto, immerso nei tuoi pensieri.
"Com'è andare a scuola?", mi chiedesti, seduto di fronte a me, a braccia incrociate e con i ricci che ti coprivano gli occhi. Occhi tristi, velati da un senso di nostalgia.
Un bambino di prima media, abbandonato a se stesso, alla strada e a chiunque volesse prenderlo con sé.
Una mamma in lutto, delle sorelle egoiste e un fratello, anch'egli abbandonato a sé.
Come potevano mai prendersi cura di te?
Io piangevo per la matematica.
Tu eri triste perché non andavi più a scuola.
"Oltre alle bambine che mi prendono in giro e alla matematica, è bella", dissi mentre prendevo un altro quaderno per te.
"Tu non stai andando a scuola, vero? Farai i compiti con me lo stesso, tranquillo."
Ti scocciavi dopo due secondi.
Ti scocciavi di prendere una matita in mano.
Ti scocciavi di essere rimproverato per la tua scrittura, per il tuo essere lento a leggere o nel riconoscere parole semplici.
Ma non ti scocciavi mai di guardarmi fare i compiti e di ascoltarmi.
Ascoltare le storie che inventavo per far passare i pomeriggi chiusi in casa.
Ascoltare canzoni inventate sul momento.
Ascoltare discorsi altamente convincenti sul perché il gelato fosse un'ottima "cena" e non un "dopo cena".
Non ti scocciavi mai di farmi compagnia.
Perché sapevamo entrambi che nessun altro ci sarebbe stato per noi.
"Abbiamo pianto e riso insieme.
Ci siamo visti,
quando tutti ci ignoravano"
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